| Il
vino |
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Lingua mia già fatta scaltra
Gusta un po', gusta quest'altro
Vin robusto che si vanta
d'esser nato in mezzo al Chianti
Maestoso Imperioso
Mi passeggia dentro il core
e ne scaccia senza strepito
ogni affanno e ogni dolore
Francesco Redi
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Per
fare il vino secondo il metodo tradizionale in uso in Toscana, occorre
effettuare una serie di operazioni di cui oggi si è in gran parte
perso cognizione. La vendemmia iniziava, dopo che il fattore aveva
dato l'ordine di "fare gli scelti", in una bella giornata tra la
fine di settembre e l'inizio di ottobre e durava ininterrottamente,
durante quest'ultimo mese, finchè l'uva da cogliere non era esaurita.
Fare gli scelti era dunque il primo atto della vendemmia e consisteva
nel cogliere solo i grappoli di uva piú matura e delle varietá
piú adatte a "governare il vino". Dopo che questi erano stati raccolti,
iniziava la vendemmia delle uve restanti. I grappoli venivano staccati
dai tralci delle viti mediante vari strumenti (roncoli, falcioli,
coltelli, forbici) di cui i vendemmiatori erano provvisti e venivano
posti in panieri di varie forme e capienze (pianeri, cistelle, corbelli,
corbellini). Spesso c'era una persona apposita, il "portatore" che
faceva la spola tra i filari delle viti e la proda del campo dove
erano collocate le bigonce, ed in quelle rovesciava via via il contenuto
dei panieri.
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| A
questo punto si provvedeva ad una prima spremitura, detta "ammostatura",
con un apposito bastone chiamato "ammostatoio" (o ammostino, pigio,
pigiatoio, pestone, pestatoio, mazzo, mazzanghero, maglio), in modo
da diminuire il volume delle uve raccolte e quindi il numero di viaggi
da fare, col carro alla tinaia della fattoria. Le bigonce ammostate
si disponevano sul carro, circa una dozzina per volta, si legavano
bene con una corda robusta e si trasportavano alla fattoria. Il "bifolco"
era colui che aveva il compito di fare questi viaggi, in genere accompagnato
da un ragazzino che lo aiutava a mettere in spalla le bigonce, il
cui contenuto veniva infine rovesciato nel tino. Qui l'ammostatura
doveva essere continuata: i contadini si scalzavano e, sorreggendosi
ad un palo o ad una scala, entravano nei tini, da soli o in coppia,
pesticciando da una parte all'altra. |
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Nei
giorni successivi, una volta al giorno, si dovevano poi affondare le vinacce
che con la fermentazione emergevano in superficie; ció al fine di evitare
la loro acidificazione, che avrebbe compromesso la qualitá del vino. Dopo
circa dieci giorni di fermentazione (la temperatura del mosto dovrebbe
mantenersi intorno ai 18 gradi), si passava alla fase della svinatura.
Per comprendere quale fosse il momento giusto per questa procedura bisognava
prestare attenzione a diversi elementi: "la quasi total cessazione dell'ebullizione,
la freschezza del vino e il suo sapore di maturitá, sono gli indizi sicuri
che è fatto. Se dopo questo periodo - 10, 12 o 15 giorni al di piú - si
tenesse di piú dentro al tino, si rischierebbe che passasse alla fermentazione
acetosa". La svinatura veniva fatta inserendo una cannella direttamente
nel tino e facendo fuoriuscire il vino senza le vinacce, che erano invece
trattenute nel tino da una griglia posta in prossimitá della cannella,
detta lo spazzolo, fatta di rametti di erica secchi.
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vinacce venivano quindi raccolte dal fondo del tino utilizzando un
rastrello, o un comune forcone a cui si erano piegati i denti, e venivano
poste, pressandole con i piedi, in una gabbia di legno detta strettoio,
nella quale erano poi spremute azionando a mano la vite dello strettoio.
Si otteneva così quello che veniva chiamato "vino stretto".
Le
vinacce spremute subivano poi un'ulteriore lavorazione, perchè servivano
per fare il cosiddetto "vinello" o "acquerello": alle vinacce si
aggiungeva dell'acqua e vi si lasciavano a mollo per quindici giorni.
Si otteneva una bevanda frizzante, poco alcolica e di color roseo,
che dopo esser stata travasata poteva esser bevuta durante l'inverno
in sostituzione del vino. Ció che rimaneva delle vinacce, a questo
punto, veniva dato in pasto ai polli o conservato, in parte come
becchime per i piccioni.
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Va
infine ricordato che tutti i vini cosí ottenuti, da quello di prima qualitá
a quello stretto, fino al vino piú debole, frutto di una seconda spremitura
delle vinacce hanno comunque bisogno di essere governati utilizzando le
uve scelte all'inizio della vendemmia e lasciate appassire su "stoie"
o cannicci sorretti da un apposito "castello" in legno.
Il
"governo" si preparava sbattendo dapprima i grappoli appassiti all'interno
di una bigoncia nella quale venivano raccolti solo i chicchi, poi ammostando
quest'uva per tre o quattro giorni. Il nuovo mosto cosí formato veniva
quindi rovesciato nel vino non ancora fermo ravvivandone subito la fermentazione.
A fine dicembre, in una giornata di luna calante, e poi di nuovo a marzo,
si procede al travaso del vino in una botte pulita, dove si affinerá e
perfezionerá e potrá finalmente essere bevuto o invecchiato.
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